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Storia del Comune


Comune di Rovolon - Provincia di Padova - Regione Veneto - Italia - Europa
Abitanti 4903 - Superficie kmq 27,56
Comuni limitrofi: Cervarese S. Croce (PD), Teolo (PD), Vò (PD), Albettone (VI) Barbarano Vicentino (VI), Mossano (VI), Nanto (VI), Montegaldella (VI).
Il territorio comunale di Rovolon si estende in parte in pianura e in parte nella zona nordoccidentale dei Colli Euganei, al confine tra le province di Padova, a cui amministrativamente appartiene, e quella di Vicenza.
Rovolon è il centro abitato più antico e sorge nella zona montuosa del territorio ad una altitudine di m. 152 s.l.m., tra le falde del monte Grande (m.481)e del monte della Madonna (m.526), in bellissima posizione dominante la pianura sottostante.
Bastia è la sede municipale del Comune di Rovolon e sorge in pianura, come pure Carbonara, che è situata a piedi del versante occidentale del Monte della Madonna. Altro centro abitato è Lovolo, ai confini con la Provincia di Vicenza.
Dal punto di vista orografico, partendo da sud si susseguono i versanti occidentali del monte della Madonna e del monte Grande , dai quali scendono l’una accanto all’altra, a brevissima distanza, le basse alture dei colli minori: Spinazzola, Viale, Sereo e Frassanelle, su cui sorgono, al posto dei medievali castelli, le ville dei patrizi padovani e veneziani del Rinascimento.
La vegetazione è varia e rigogliosa: viti, ciliegi, boschi di conifere, castagni, noccioli e un po’ dovunque l’invadente robinia coprono di verde i dolci pendii.
Godendo questa zona di un clima particolarmente umido, si possono trovare in autunno, tra le radici dei castagni, funghi commestibili come i porcini, le russole, i chiodini, le vesce e le cosiddette "mazze di tamburo" (Lepiota procera), mescolati alle fragole ed alle more che popolano il sottobosco. E’ infatti dalla presenza del rovo fruttifero (rubus fruticosus) che si può ritenere derivi il toponimo di ”Robolone” prima e “Rovolone” poi, in età moderna, anche se c’è chi ritiene che potrebbe essere un accrescitivo di Robur, rovere, quercia.
CENNI STORICI
I Colli Euganei hanno un patrimonio, oltre che naturalistico, anche storico non comune. Non conosciamo con certezza come fosse in epoca antica il territorio dell’attuale Comune di Rovolon, forse la parte in pianura era invasa dalle paludi e la parte montuosa coperta di boschi, ma sappiamo che i primi abitatori dei Colli furono probabilmente gli Euganei, un popolo antichissimo, che durante l’età del bronzo (II millennio a. C.) furono notevolmente influenzati dai Greci, i quali, venendo dal mare e risalendo i fiumi della regione per scopi commerciali, fecero loro conoscere l’uso dei metalli. Verso il 900 a.C. giunsero qui i Veneti, una popolazione proveniente, secondo la leggenda, per via mare, dall’Asia Minore, che si era alleata con i Troiani per difendere la loro capitale Troia dall’attacco dei Greci.
Non si sa in quale relazione fossero questi Veneti con altri popoli, chiamati ugualmente Veneti, distribuiti in tutta l’Europa antica: forse si trattava di una denominazione generica col significato di “conquistatori”.
Dopo la presa e la distruzione della città di Troia, i Veneti abbandonarono la loro terra e, assieme ad un gruppo di Troiani, guidati da Antenore, si imbarcarono per cercare rifugio in occidente.
Qui giunti, si unirono e si fusero con la popolazione locale e diedero nuovo impulso e vitalità alla regione (che da loro prese poi il nome) per l’abilità con cui lavoravano ogni tipo di materiale, come metalli, cuoio, ossa e lana, e per essere riusciti a sviluppare con i Greci fiorenti scambi commerciali di prodotti dell’agricoltura, dell’allevamento del bestiame (in modo particolare di cavalli) e dei tessuti di lana, attraverso i porti fluviali di Padova, Este e Adria.
La cultura paleoveneta sfuma poi lentamente nel mondo romano: Polibio narra che i Veneti furono sempre a fianco dei Romani. Per questa fedeltà essi furono da questi ricompensati con un patto di “non ingerenza” nella loro vita interna. Tuttavia il Veneto cominciò ad essere attratto fin dal II secolo a.C. nell’orbita di Roma per un sottile gioco di alleanze e protezioni, reso possibile anche attraverso la realizzazione di un’imponente rete viaria: le vie Emilia, Postumia, Annia e
Popillia, che permettevano di fatto ai Romani il controllo della Pianura Padana.
Nel 49 a.C. Rovolon apparteneva al Municipium Patavii, creato da Giulio Cesare. Con le invasioni barbariche, in particolare con quella di Attila (452 d.C.), la zona subì un primo periodo di decadimento. Nel 569 l’area del Municipium Patavii venne smembrata e divisa dal re dei Longobardi, Alboino, e così tutta la parte più occidentale passò sotto la giurisdizione di Vicenza, compreso Rovolon che, ecclesiasticamente, apparteneva alla diocesi patavina. Lo attesta un documento dell’anno 970 con cui il Vescovo di Padova Gauslino faceva una cospicua
donazione al grande complesso monastico di santa Giustina, che dopo l’invasione degli Ungari era caduto in uno stato di grave abbandono. L’atto di donazione nominava, tra gli altri beni, anche la Chiesa edificata in onore di San Giorgio nella località del comitato vicentino detta Rebolone, con le sue terre, decime e servi. I successori del Vescovo Gauslino, Orso nel 1014, Burcardo nel 1034, Ulderico nel 1064, confermarono questa donazione e la pieve di Rovolon rimase proprietà del potente abate di Santa Giustina fino al XVIII secolo.
La più antica testimonianza della presenza benedettina nel nostro Comune è costituita comunque dalla chiesetta di San Pietro (XI secolo), trasformata oggi in cantina, che sorge presso la frazione di Carbonara.
Vi è però anche l’ipotesi che la pieve di Rovolon sorgesse tra il VII e l’VIII secolo, al tempo della dominazione longobarda. Sono vari i riferimenti che fanno ritenere questo: l’intitolazione a San Giorgio, uno dei patroni, con l’arcangelo Michele, del regno longobardo; il fatto che ancora nell’XI secolo le famiglie di Rovolon seguivano le consuetudini del diritto longobardo e infine il fatto che la nobile famiglia “Da Rovolon”, estintasi nel secolo XII, apparteneva a quella stirpe.
I medievalisti sostengono che Rovolon fosse sotto la giurisdizione dei Conti di Padova, che possedevano anche il fortilizio detto “Castello delle Rocche” che troneggiava lungo la strada che conduce al Monte della Madonna e di cui ora rimangono solo i ruderi di una piccola torre.
Rovolon seguì poi le vicende della città di Padova, prima governata dai Carraresi, poi da Venezia.
Nel XIV secolo i Conti Papafava, discendenti dalla nobile famiglia “Da Carrara”, ricevettero beni a Rovolon.
La Repubblica di Venezia entrò in possesso del territorio padovano nel 1405 e lo mantenne fino al 1797; affrontò il problema del suo dominio in terraferma in modo originale ed assolutamente diverso rispetto alle soluzioni adottate da altri stati regionali coevi: rimasero in vigore, a regolare la vita delle singole comunità, gli statuti esistenti, debitamente approvati, aggiornati e completati, a seconda delle necessità, da provvedimenti delle magistrature veneziane.
Anche la presenza benedettina si fece più incisiva nei primi decenni del XV secolo: nel 1441 l’Abbazia di Santa Giustina acquistò la località detta “la Costa”, presso Rovolon, ed ottenne in donazione una vasta tenuta, in località “Vegrolongo” di oltre 700 campi padovani, una zona particolarmente boscosa che comprendeva in parte il “bosco della Carpaneda” e di difficile accesso per la presenza di vaste aree acquitrinose e quindi malsane. Qui sorse una grande corte benedettina affidata ad un gastaldo che lì aveva la sua abitazione e rispondeva dall’andamento degli affari, mentre la gestione amministrativa faceva capo ad un monaco rettore che risiedeva
nel “palazzo della costa”, oggi chiamato Villa Ottavia dal nome di una sua successiva proprietaria. Solo a partire dal XVII secolo vennero costruite le fattorie di San Bartolomio e di San Leandro, entrambe dipendenti dalla gastaldia di Vegrolongo.
Nel 1806, con la soppressione napoleonica di tutti i beni di diritto ecclesiastico, al monastero di Santa Giustina vennero confiscati ben 16690 campi padovani, tra cui anche i possedimenti posti nel territorio di Rovolon.
Seguì l’occupazione asburgica, durata fino alla fine della 3° guerra d’indipendenza (1866) e che si concluse con la adesione “plebiscitaria” al Regno d’Italia di Vittorio Emanuele II; da allora la storia dell’attuale Comune di Rovolon, dopo i due conflitti mondiali, si fonde e si confonde con quella della Repubblica Italiana.
I CENTRI ABITATI – QUALCHE NOTA PER LA VISITA
Rovolon, con i numerosi ristoranti e trattorie con vista sulle Prealpi e sui Berici, è la meta di chiunque voglia prendere confidenza con la cucina locale. Domina sulla pianura la chiesa si SanGiorgio, documentata nel 1077, ma le cui origini potrebbero risalire al VII-VIII secolo.
Particolarmente suggestivi sono gli affreschi absidali risalenti alla fine del 1400. A sinistra della chiesa sorge l’antica Osteria Fardigo (o Palazzo Lion) del XVII secolo, un elegante palazzotto con la facciata nobilitata da elementi architettonici in trachite di Zovon e piccolo porticato al suo interno.
Scendendo verso Bastia, sul cosiddetto “poggio della Costa”, si può ammirare la quattrocentesca Villa Ottavia, una costruzione piuttosto grande, con porticato al pianterreno, loggetta superiore a sei leggere colonne su cui insistono cinque archi a tutto sesto, eretta dai monaci di Santa Giustina e già sede del Rettore della grande proprietà monastica detta Corte del Vegrolongo posta nella pianura sottostante.
Al XVI secolo risale invece la Villa da Rio-Soranzo oggi Schiavinato, un edificio massiccio, posto in ottima posizione panoramica sul versante settentrionale del pendio.
Bastia è la sede municipale del Comune di Rovolon ed il centro più sviluppato, infatti, grazie alla sua posizione, sono sorte qui le maggiori attività economiche, sia agricole, che artigianali ed industriali. Prese il nome probabilmente da un bastione eretto dai Padovani e distrutto dagli Scaligeri nel 1312, che sorgeva sul luogo dell’attuale piazza antistante la chiesa ed era circondato da due bracci della Fossona, antico e grande canale che dal Castello di San Martino della Vanezza di Cervarese Santa Croce scola verso Bastia, continuando col nome di Fossa Nina dopo
la fusione con la Bandesà. Presso questo bastione sorgeva un importante nodo stradale che univa le vie della Riviera Berica con la strada che , attraverso il villaggio di Tencarola, portava direttamente nel cuore del territorio padovano. Anche più tardi Bastia rimase una stazione di posta molto frequentata dalle carrozze in viaggio tra Verona, Vicenza, Padova e la Laguna, circondata da numerose ville di nobili proprietari.
La prima ad accogliere il visitatore che provenisse da Padova è la Villa dei Conti Papafava, situata su un basso colle all’interno del grandioso Parco di Frassanelle, ora in parte trasformato in un prestigioso campo da golf. L’edificio, sobrio e compatto, è stato costruito all’inizio del 1800 sull’area di un preesistente insediamento. Il bosco rigoglioso che lo circonda è costituito da frassini (da cui ha origine il toponimo), cipressi, pioppi ed altre essenze pregiate; all’interno sono
presenti grotte naturali ed artificiali, un orrido ed un tempietto neoclassico (XVIII secolo) progettato da Giuseppe Jappelli.
Poco distante da Frassanelle, alle falde del basso Colle Sereo (mt 300), che probabilmente prende il suo nome da cerrus, cerro (Quercus cerrus), una splendida costruzione si erge tra il verde: si tratta della Villa Barbarigo-Martinengo-Montesi, costruita nel XVII secolo. Da notare nel versante nord la bella facciata a tre piani sovrapposti e a sud ad un unico piano, abbellito da un cinquecentesco loggiato.
Presso il centro del paese, lungo la strada che porta al Monte Sereo, sorge una casa colonica detta “La Colombara”, risalente probabilmente ai secoli XV-XVI. Da notare gli eleganti archetti ciechi in mattoni che disegnano una doppia cornice nella parte più alta della torre che fungeva da colombaia, il lavabo in pietra incassato nella parete esterna di fianco alla porta d’ingresso e la volta a crociera che sovrasta l’ampia sala situata al piano terra.
Un’altra villa, oggi completamente ricostruita dopo un incendio, a parte l’oratorio datato 1757, sorge in Via Ca’ Marchesa, sulla strada provinciale che conduce a Nanto: si tratta di Villa Barbaro.
In località Lovolo si trova la Villa Priuli-Fogazzaro-Maruffa, un’elegante costruzione della fine del 1600, con un’interessante facciata con arco d’ingresso e due ordini di logge sovrapposte. E’ contornata da un bel parco e da altri edifici rurali, tra cui è degna di nota la colombaia. Annessa alla villa vi è l’artistica chiesetta dedicata all’Immacolata Concezione, che ospita all’interno un pregevole altare in marmo con un’antica e venerata immagine della Madonna. In un documento del 1777 è attestato che vi svolgevano le funzioni religiose i Benedettini, dipendenti dalla
Parrocchia di Carbonara, retta dai religiosi di Praglia.
Questa frazione di Rovolon, deriva il suo nome da carbonarius, termine medioevale legato alla produzione del carbone di legna. Fin dal Medioevo infatti fu abitata da boscaioli e commercianti di legna e carbone. Lungo il sentiero per il Monte della Madonna si possono ancora osservare due aree carbonili, individuabili per la presenza di piazzole pianeggianti ricavate lungo il pendio e per la colorazione scura del terreno causata dalla combustione.
Sorta come modesta “villa” nel X secolo, essa rimase fino all’età napoleonica sotto la giurisdizione dei Benedettini della vicina Abbazia di Praglia (sita nel Comune di Teolo), che, alla fine del 1400, ricostruirono, sul luogo dell’antica chiesa dedicata a San Giovanni Battista, la nuova chiesa parrocchiale. Alla fine del 1700 essi vi possedevano oltre 800 campi che facevano capo all’antica Corte de Spiràn, situata sull’unghia occidentale del Monte della Madonna, lungo l’attuale Via Manzoni. Qui sorgeva un tempo una chiesa dedicata a Santa Maria Immacolata e un cimitero. Nelle cantine si possono osservare ancora imponenti volte ad arco.
Anche l’ex chiesetta campestre di San Pietro, dell’XI secolo, che sorge su un pianoro coltivato sul fianco nord-ovest del Monte della Madonna, era retta da Benedettini ed è stata per secoli un punto di riferimento, non solo religioso, per la gente che abitava le pendici di questi colli. Ora l’antica chiesetta è usata come annesso rustico. Nelle sue vicinanze alla fine del secolo scorso e negli anni ’50 e ’60 vennero recuperati in superficie materiali litici di tecnica clactoniana, databili genericamente al Paleolitico Medio (prima del 35° millennio a.C.).